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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Finito il mio percorso di studio della Scuola Sogetsu ho scelto di prendere il diploma da maestro per poter insegnare. Per quale motivo si decide di insegnare ikebana? Personalmente per trasmettere la gioia che quest’arte mi ha donato.

L’ikebana è un’arte rigorosa, non  si percorre il cammino dei fiori alla leggera se davvero vogliamo fare un buon percorso, ma è innegabile che allo stesso tempo ci apra gli occhi sulle meraviglie della natura che prima nemmeno si notava, ci doni serenità, gioia. E che ci cambi nella vita quotidiana.

L’ultima lezione che ho fatto con le studentesse del secondo anno riguardava il floating arrangement ed una mia allieva sottolineava come già muovere le mani nel suiban pieno d’acqua rilassasse. Certo il primo anno che si imparano le tecniche, che non capiamo bene ancora il percorso intrapreso alle volte possiamo anche provare attimi di frustrazioni, ma che gioia e soddisfazione personale quando raggiungiamo il nostro risultato.

Personalmente amo fare lezione a più di una persona in contemporanea per il motivo che tra gli allievi c’è un confronto. Il mio percorso di studi si è svolto assieme a quello di Lucio Farinelli che ora insegna con me. Lui di estrazione ingegneristica, io teatrale. Due modi di concepire il mondo (e l’ikebana) differenti e questo ci è servito per vedere come ognuno di noi sviluppasse un tema, lavorasse il materiale. Tutti noi abbiamo una storia personale, un percorso di studi (non intendo necessariamente quello scolastico), di interessi e questo si rispecchierà in quello che andremo a realizzare. Per tale motivo è importante, secondo me, il confronto tra gli allievi che vedono come con lo stesso tipo di materiale (in realtà non è proprio così dato che non ci sarà mai un ramo, un fiore o una foglia identici) si realizzino ikebana completamente differenti.

E che gioia quando l’allievo sente nel proprio animo la soddisfazione per ciò che ha fatto. Quando si insegna ikebana dobbiamo far sì che l’allievo capisca le tecniche, cosa sbaglia e cosa fa di giusto, ma dobbiamo anche percepire se è felice del suo lavoro o se accetta i nostri consigli senza realmente approvarli. Qui sta la sfida dell’insegnamento dell’ikebana rispetto all’arrangiamento floreale. Dobbiamo percepire con il nostro cuore la felicità che la composizione ci dona, non solo la soddisfazione estetica degli occhi.

Si lavora assieme con l’allievo, gli si insegna la tecnica, come guardare, osservare (e non son sinonimi questi due verbi), toccare il materiale. Lo stile migliore per poterlo valorizzare, come non arrendersi davanti ai possibili problemi tecnici perché se lungo il nostro cammino dei fiori troviamo un ostacolo, basta sapere come rimuoverlo.

L’importante per me è che gli allievi non siano entità, ma divengano amici, anche tra i vari livelli del corso, che si festeggi per i traguardi che ognuno ottiene, che si celebri il ritorno di qualcuno che per problemi aveva dovuto sospendere per un poco lo studio dell’ikebana, perché la natura è unita e noi dobbiamo esserlo attraverso di essa.

Inoltre vorrei sfatare una concezione errata che abbiamo, in Italia, su questa arte. Abbiamo grandissimi fioristi, ma pochi ikebanisti. L’ikebana non è un’arte prettamente femminile. Noi abbiamo in mente la donna giapponese che in kimono compone ikebana e non sappiamo che i fondatori delle scuole di ikebana son stati tutti uomini, quanto quest’arte sia stata per secoli di appannaggio solo maschile. Sul cammino dei fiori c’è spazio per tutti e il nostro animo ci ringrazierà per la decisione presa di compierlo.

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